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ALLE ORIGINI DELL'ASTROLOGIA: L'ANTICA CITTA' DI HARRAN ...
Sette templi riproducevano nella pietra la simbologia dei pianeti allora conosciuti

Nel suo libro "Malattia linguaggio dell'anima" (ed. Mediterranee) Rudiger Dahlke, sulla scia della rivalutazione dell'astrologia da parte della psicologia junghiana, pone un parallelo tra gli archetipi, così come sono intesi da C.G.Jung, e la "purezza della originarietà dei principi di base su cui si fonda l'astrologia".
In altre parole, la validità di chiave di lettura e di interpretazione della psicologia umana, da parte dell'astrologia, può essere confermata dalla antichità dei suoi contenuti fondamentali, già radicati dall'immaginario collettivo, al momento in cui è data una qualche notizia storica della sua pratica.
Dalke va oltre questa convinzione di base, ed afferma: "I principi primi sono di fatto archetipi molto puri: esistono molti archetipi, però (in astrologia) si lavora soltanto con sette o dieci, che riprendono i nomi dai pianeti" (pag. 45). Applicando il pensiero analogico o "verticale" arriva a dedurre dai "principi primi planetari", che oggi sono dieci, anticamente sette (perchè erano conosciuti solo i pianeti sino a Saturno), una serie di associazioni, che illuminano sulle predisposizioni comportamentali, caratteriali, fisico-patologiche di ogni persona.

Una conferma di questa originarietà del patrimonio di simbolismi e contenuti analogici dell'astrologia può venirci dalle notizie, tra lo storico ed il mitologico, tramandateci sulla città di Harràn, dove ritroviamo già "codificati nella pietra" le attribuzioni di base dei pianeti allora conosciuti, che sono rimaste nel patrimonio di conoscenze ancoroggi utilizzate nella pratica astrologica.

Harràn (il nome antico è Carre), città situata nell'antica Siria, al centro della valle tra il Tigri e l'Eufrate, nell'attuale Turchia (a sud di Edessa), si ricorda abitata dai Sabei, antico popolo semita, appartenenti ad una delle sette cristiano-battiste, diffusesi in Medio Oriente prima della nascita dell'Islam. In realtà vi si praticava un culto politeista, esoterico e astrale, che, secondo alcuni studiosi, era stato ereditato dalla città di Ur, nella Bassa Mesopotamia, luogo di culto della divinità lunare Sin. Questa religione astrale sopravvisse sino alla distruzione della città da parte dei Tartari (attorno al 1270 d.c.) e rappresenta, forse, l'unico caso di sopravvivenza di un culto pagano all'interno del mondo islamico.
Ed è proprio un arabo che, verso la fine del primo millennio, descrive le "meraviglie astrologiche" di cui era stato testimone in uno dei suoi viaggi, che hanno in parte avuto conferma dalle scoperte archeologiche.
Attorno alla città si erigevano sette alture collinari e su ognuna si elevava un tempio, dedicato ad ognuno delle sette divinità planetarie allora conosciute, di cui dà una descrizione.

Dalla descrizione di questi templi appare evidente che gli abitanti di Harràn avevano ben chiare quelle associazioni di colori, metalli, numeri e immagini figurali, ancora oggi associate ai pianeti più antichi e le rispettive posizioni nel sistema solare.
Il tempio di Saturno, ad esempio, era di forma esagonale, costruito con pietra nera, al suo centro si trovava un idolo di piombo; la divinità era rappresentata come un vegliardo con un'ascia in mano.
Quello di Giove era di forma triangolare, con pietre di colore verde e al suo interno si trovava un idolo fatto di stagno.
A Marte era dedicato un tempio di forma quadrata e di colore rosso; al suo interno erano custodite armi e attrezzi bellici e l'effige del dio era di ferro.
Il tempio del Sole era di forma quadrata e di colore giallo-oro, la statura che lo raffigurava era appunto d'oro, mentre il tempio di Venere aveva la forma di un triangolo isoscele e di color turchese, l'idolo posto sul trono era di rame.
Il tempio di Mercurio era di forma esagonale su una base quadrata, di colore prevalentemente verde e la sua effige era di materiale vario, con struttura cava, entro cui si versava il metallo liquido a lui associato: il mercurio. La luna era oggetto di un culto particolare tra gli "Harraniani", vista come mediatrice trle cose umane e quelle divine, tra il mondo corruttibile ed il mondo incorrutibile; il suo tempio era di forma pentagonale e l'idolo rappresentato era di argento puro.
Nelle strutture architettoniche descritte si ritrovano le principali associazioni attribuite ai pianeti, ancora oggi utilizzate e la città di Harràn resta nella memoria collettiva come un esempio di "incarnazione" degli archetipi della divinità-pianeta nella materia, permeando la durpietra, così come , secondo Dahlke, possono "incarnarsi" nelle cellule del nostro corpo, delineando lo schema di strutture fisiche e funzioni comportamentali.
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